Cenni Storici
L’istituzione di una Facoltà di lettere e filosofia a Trieste è un sogno coltivato per lungo tempo, fin dall’anno in cui l’Istituto superiore di scienze economiche e commerciali di carattere universitario (già Scuola superiore di commercio Revoltella) prende anche il nome di “Regia Università”. È il 1924: la concessione ministeriale di fregiarsi di un titolo così importante, fa sperare a molti che i riti celebrativi siano seguiti in breve dalla creazione di una “Università completa”, dotata cioè di un congruo numero di Facoltà e tra esse , per prime, la Facoltà di lettere e quella di giurisprudenza. Viene allora accantonato un progetto elaborato negli anni precedenti da alcuni esponenti di rilievo del mondo accademico nazionale (Salvatore Pincherle, Gino Luzzatto), per la nascita a Trieste di una Università “moderna”: in tale ambito la Facoltà di lettere avrebbe dovuto assumere le vesti di una “Facoltà filologica di tipo particolare”, nella quale dare grande spazio, cioè, agli insegnamenti di carattere linguistico ed in particolare a quelli delle lingue slave e “delle lingue dell’Oriente prossimo, di cui Trieste è la porta aperta sul mondo latino”.
Fino al 1938, in realtà, nulla si muove e della Facoltà di lettere si ricomincia a parlare quando lo sviluppo dell’Ateneo giuliano, accompagnato da un maestoso disegno architettonico, diventa un simbolo di forza e di potenza da esibire, per volontà delle gerarchie del regime, in una cornice di grande inquietudine per la città e per l’Europa intera. Con lo scoppio della guerra, per il completamento dell’Università di Trieste, si profila il disegno di far nascere, accanto alla Facoltà di giurisprudenza (con il Corso di laurea in scienze politiche), la Facoltà di ingegneria (per gli ultimi tre anni di specializzazione in ingegneria navale). Di fronte all’esigenza, anch’essa tardiva, di contribuire alla formazione di quadri tecnici per il conflitto in corso, le belle lettere possono attendere. L’incalzare degli eventi non lascia spazio, per almeno due anni, ad altre ipotesi di ampliamento dell’Ateneo.
Progetto Università Centrale
Per decisione autonoma del Corpo accademico, guidato da Francesco Collotti, la Facoltà nasce invece nel novembre del 1943, “con atto solenne e segreto sottoscritto dai professori presenti in sede”. L’atto clandestino del Corpo accademico viene retrodatato ad arte ai primi giorni del settembre 1943: si vuol tentare di negare ogni legame istituzionale col ricostituito governo fascista di Salò, ma il riconoscimento ufficiale da parte della RSI, alla ricerca di facili “benemerenze” in una situazione tormentata come quella di queste terre sotto l’occupazione nazista, giunge inevitabilmente. Quel gruppo di professori rivendica allora con forza l’autonomia dell’iniziativa che assume da subito un valore simbolico: è l’atto che consente di affermare la nascita della Facoltà sotto il segno delle libertà democratiche da riconquistare e della difesa dei valori nazionali da tutelare. Nell’immediato dopoguerra sarà questa la carta vincente per ottenere l’inserimento a pieno titolo della Facoltà nella rete universitaria nazionale: l’assenso delle autorità ministeriali italiane, deve tuttavia passare attraverso il vaglio (non solo formale) del Governo militare alleato insediatosi nella zona A della Venezia Giulia nel giugno del 1945. Il decreto di riconoscimento della Facoltà è dell’8 novembre 1945.
Tra guerra e primo dopoguerra, la Facoltà, sotto la presidenza di Francesco Collotti, vive una condizione di precarietà e, ad un tempo, di forte impegno innanzitutto per dotare degli strumenti scientifici necessari la piccolissima istituzione alloggiata in poche stanze dell’ultimo piano del vecchio palazzo universitario: i professori, nel periodo 1943 - 45, sono in gran parte reclutati dalle altre Facoltà o sono gli esponenti più noti di quel milieu di insegnanti delle scuole medie superiori che in città gode di ottima fama; gli iscritti non mancano (228, nel 1943/44; 270, nel 1944/45 e 314 nel 1945/46), con una netta prevalenza di studentesse. Con la fine del conflitto affluiscono alla Facoltà docenti di prestigio, per le più diverse ragioni di carattere accademico, ma spesso sospinti anche dal desiderio di un’esperienza nuova in una Facoltà ancora in larga parte da modellare, in una città che rappresentava allora “un mondo a parte” rispetto alla realtà della ricostruzione (civile, politica ed economica) del resto d’Italia. I nomi di Mario Fubini, di Gian Luigi Coletti, di Luigia Achillea Stella, di Alberto Mocchino, di Diego e Nino Valeri e poi quelli di Fabio Metelli e di Ferruccio Banissoni, di Wolf Giusti, costituiscono presenze importanti che creano percorsi nuovi di studio e di ricerca destinati a non cadere nel vuoto (si può senza dubbio parlare di vere e proprie “scuole” di formazione per le giovani generazioni) né all’interno né all’esterno della Facoltà: molti di quei docenti diventano infatti anche organizzatori culturali, figure vive e vitali in un tessuto cittadino da ricostruire e, insieme, da rinnovare profondamente. È d’altra parte feconda l’intesa che si stabilisce tra questi insegnanti (ma non vanno trascurati nemmeno i nomi di Carlo Schiffrer, di Giorgio Radetti, di Fabio Cusin) ed i giovani neolaureati che portano a Trieste esperienze acquisite in altri Atenei italiani (Padova, Pisa, Firenze). Per fare un solo esempio, nasce nel 1948, per iniziativa di Nino Valeri, il Centro studi per la storia del Risorgimento che, grazie sia a numerosi ed affollati dibattiti pubblici sia ad un buon numero di pubblicazioni, innesta nella tradizione erudita della storiografia locale la forza di nuove sfide culturali.
A un decennio dalla nascita (nel 1953) della Facoltà, i risultati ottenuti non sono quindi di poco conto: la struttura si è arricchita di un patrimonio librario cospicuo, guadagnandosi attenzione in città e nel resto della regione; il personale docente è in parte mutato, ma può annoverare ancora nuove presenze di prestigio: tra queste, Giovanni Tabacco, Giuseppe Citanna, Gaetano Kanizsa, Giovanni Vitucci, Giovan Battista Pellegrini. Alla lunga presidenza di Coletti, succederà per breve tempo Roberto Salvini e poi nell’anno accademico 1963/64 Leonardo Ferrero, rimasto in carica un solo anno, fino alla sua morte, nel dicembre 1965. Resta gravissimo, per la Facoltà, il problema edilizio: agli inizi degli anni Sessanta, gli spazi ad essa destinati nel nuovo comprensorio universitario, non sono ancora pronti e, nella vecchia sede, “l’incubo del crollo” assilla i direttori degli ormai numerosi Istituti. Per richiamare l’attenzione degli organi accademici sull’urgenza della questione, Leonardo Ferrero giunge fino alle dimissioni, ottenendo nuove promesse in un contesto, per la verità, non facile per tutto lo sviluppo dell’edilizia universitaria triestina.
Le iscrizioni degli studenti sono ancora contenute, secondo gli schemi di una Università d’élite: l’esplosione degli iscritti avverrà a partire dalla metà degli anni Sessanta, in maniera del tutto simile a quanto accadrà nel resto d’Italia. L’Università di massa compare sulla scena con la potenza dei numeri, mentre il dibattito sulle riforme e sui progetti per il rinnovamento dell’intero sistema ottiene solo parziali risultati legislativi. L’alto numero dei fuori corso a lettere ed a filosofia ed il numero proporzionalmente basso (rispetto agli iscritti) dei giovani laureati, stanno ad indicare non solo la realtà di molte dispersioni, ma anche un mutamento profondo riguardo alla stessa figura dello studente che la Facoltà di lettere aveva conosciuto nel passato: sono i giovani provenienti dai ceti sociali meno elevati e sono gli studenti/lavoratori coloro che meglio esprimono in questi anni la nuova tipologia degli iscritti. Con la liberalizzazione degli accessi all’Università e la liberalizzazione dei piani di studio, decise dal Ministero nel dicembre 1969, sull’onda delle forti contestazioni studentesche e come primo spezzone di un’organica riforma universitaria ancora in gestazione, le carte si rimescolano nuovamente, lasciando alle sedi periferiche il compito di sciogliere intricate questioni: la Facoltà di lettere di Trieste, prima, (ma per breve tempo) sotto la guida di Marcello Gigante e poi, sotto quella di Giuseppe Petronio affronta con un dibattito vivacissimo all’interno del corpo accademico e tra corpo accademico e studenti la delicata fase di trapasso, tentando alcune soluzioni, nei limiti ad essa concessi dalla rigida struttura del sistema universitario italiano. Si aprono nuovi indirizzi di studio, si dà spazio all’insegnamento di nuove discipline (aumentando il numero degli incarichi ad un personale insegnante che cresce nelle fasce più basse della docenza); per l’assistenza agli studenti di condizioni disagiate è spesso la Facoltà a cercare ulteriori forme di sussidio attraverso il sostegno degli enti locali; per gli studenti/lavoratori si inaugurano corsi serali, mentre si tenta di incentivare la frequenza degli studenti, sperimentando forme didattiche diverse (esercitazioni, seminari), e sostenendo la massima disponibilità d’accesso agli Istituti della Facoltà stessa. È di quegli anni anche la scelta di progettare una sistemazione edilizia degna all’interno della città, abbandonando così l’ipotesi, ormai vecchia di oltre vent’anni, di un trasferimento “sul colle” universitario. Dopo il 1969, vengono presto superati i mille iscritti alla Facoltà che alla fine degli anni Ottanta raggiunge (e supera) le duemila iscrizioni, per toccare una punta massima di circa 3600 iscritti nell’anno accademico 1993/94. Nel 1975/76 nasce il Corso di laurea in storia; nel 1982/83, quello in lingue e letterature moderne; nel 1989/90 è la volta del Corso di laurea quello in psicologia (mentre la Facoltà di psicologia nasce nel 1997/98) e nell’anno accademico 1999/2000 viene avviato il Corso di laurea in scienze e tecniche dell’ Interculturalità: la Facoltà, che conosce ormai da anni la struttura dipartimentale per la ricerca, aumenta così nel tempo le sue articolazioni didattiche (oltre a quelle tradizionali di lettere e filosofia), gli indirizzi di studio (tra essi, va ricordata la nascita del DAMS e di Beni Culturali), le specializzazioni disciplinari. La crescita degli iscritti è indubbiamente rapportabile anche all’aumento delle offerte che la Facoltà propone con vivace sensibilità rispetto alle trasformazioni in atto nel tessuto sociale e culturale (nazionale e locale), ma è pur vero che essa si trova ora ad affrontare problemi e sfide di non poco conto in una fase di cambiamento.
Della piccola istituzione del 1943, resta ormai solo un lontano ricordo e di certo l’esempio di un gesto di coraggio portato a buon fine in anni turbolenti.